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PRIMO LEVI, MANZONI E LA CORRICOLLEGNO

 

 

Un problema ricorrente del gruppo dirigente di CorriCollegno è legato, per definizione, alla scelta del beneficiario. La scelta avviene ogni anno, i criteri sono quelli della democrazia cioè discussione e confronto e poi la scelta che avviene a maggioranza generalmente ampia.

Vorrei soffermarmi più sui criteri che presiedono alla scelta, criteri non scritti ma che pesano e, in sede teorica, ritengo siano corretti: precedenza ai casi singoli specie se bambini, poi le famiglie e infine le associazioni. La scelta non è sempre semplice ma alla fine ce la facciamo e i risultati non mancano.

La precedenza ai casi singoli viene vissuta come “naturale” pressoché da tutti, più che un pensiero tratto da un ragionamento è una decisione istintiva, sentimentale: si sente la giustezza di questa scelta.

E nello stesso tempo si aggiunge anche una dose di strumentalità: CorriCollegno è più “vendibile” se abbiamo un caso singolo anziché uno collettivo. E’ facile cedere alla tentazione di puntare al successo in sé e per sé: il numero dei pettorali e la cifra che ne vien fuori sono una misura matematica che dà  le dimensioni di cosa sappiamo fare e, come tutti, abbiamo bisogno di successo che è la vera paga di chi si mette tutti gli anni ad organizzare manifestazioni come la nostra. Non so se sia un peccato grave: forse è solo una debolezza che penso non condannabile.

Queste riflessioni, che si fanno ormai da molto tempo,  mi hanno fatto tornare in mente quel passo di Primo Levi de  “I sommersi e i salvati” in cui il grande intellettuale torinese riprende due episodi: uno dalla realtà, quella dei campi di sterminio, e l’altra dalla letteratura cioè dal Manzoni dei “Promessi Sposi” per descrivere le reazioni dell’animo umano di fronte al dramma individuale e a quello collettivo di cui possiamo essere testimoni.

Il primo. I SonderKommando, le squadre speciali che sottraggono i cadaveri dalle camere a gas per passarli nei forni crematori, squadre composte in maggior parte dagli stessi prigionieri ebrei abbrutiti da quel “lavoro” e dall’alcool, trovano una ragazzina che non è morta: non si sa come ma i gas non l’hanno uccisa, respira ancora. Quegli uomini così assuefatti alla morte, così abbrutiti dalla loro condizione e consapevoli del proprio destino (toccherà anche a loro la stessa sorte perché testimoni) “la nascondono, la riscaldano, le portano un brodo di carne…davanti a loro non c’è più la massa anonima, il fiume di gente spaventata, attonita, che scende dai vagoni: c’è una persona.” E dunque la soccorrono e l’assistono.

Il secondo. Come non ricordare l’episodio di Cecilia nei “Promessi Sposi” ? si chiede Levi.

Anche qui ci sono dei SonderKommando, quelli dei monatti, uomini addetti alla raccolta dei morti di peste, uomini disumanizzati,  abbrutiti, assuefatti alla morte e consapevoli della propria sorte. Ma “il turpe monatto” dimostra “un insolito rispetto e un’esitazione di fronte al caso singolo, davanti alla bambina Cecilia morta di peste che la madre rifiuta di lasciar buttare sul carro confusa fra gli altri morti”.

Primo Levi conclude poi questa sua riflessione: “ una singola Anna Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere. Forse solo ai santi è concesso il terribile dono della pietà verso i molti; ai monatti, a quelli della Squadra Speciale, ed a noi tutti, non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo…all’essere umano di carne e sangue che sta davanti a noi, alla portata dei nostri sensi provvidenzialmente miopi.”

Per fortuna la nostra azione si svolge in tutt’altro contesto. Ma proprio perché il nostro animo è tranquillo le nostre riflessioni debbono essere più profonde e più razionali:  usare  la  ragione  è  fondamentale  anche  se  abbiamo  bisogno  dei sentimenti.

Dunque ai dirigenti di CorriCollegno, agli amici che ci consigliano, a quelli che ci vogliono bene e sono affezionati alla manifestazione porgiamo l’invito a pensare più con la testa che con le viscere. Quest’anno siamo passati dal caso singolo di Beatrice a quello collettivo delle famiglie senza lavoro. Dobbiamo gioire per la bambina perché le istituzioni si sono fatti carico del problema e Beatrice verrà assistita per tutta la vita con una forma di solidarietà che si chiama Stato.

Noi invece dobbiamo darci da fare per le famiglie che non hanno lavoro portando la solidarietà che possiamo in attesa che lo Stato renda i giusti diritti a questi cittadini: anche se non sappiamo quali sono i loro nomi e i loro volti.

 

 

 

 

 

 

 

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